Omelie e interventi



TEMA: Genitori dei cresimandi a Castelnuovo - a cura di don don Domenico - IN DATA: 29/11/2016





LA LEGGE DELLA CRESCITA

Crescere significa diventare autonomi.
Il lungo cammino dell’autonomia presuppone, innanzi tutto, l’acquisizione di capacità ed abilità nuove, di attitudini (1) che conferiscono la competenza del “saper fare”.
I genitori accompagnano le prime mosse, fanno vedere “come si fa”, controllano, esigono.
I figli, però da parte loro, non sono “oggetti passivi”.
Devono essere interessati (2) alle nuove acquisizioni, le devono desiderare e vivere con piacere.
Diversamente il tempo dell’apprendimento si protrae senza risultato. Il desiderio diventa, poi, volontà, man mano che i bambini riconoscono le risorse, ammettono i limiti, imparano a capire fin dove le capacità e le caratteristiche individuali (l’autostima) possono effettivamente spingersi, osare, tentare (3).
L’azione autonoma, infine, comporta un costo umano mai indolore; per questo è sempre tentata di regredire, di tornare indietro per ritrovare i vantaggi della dipendenza precedente. Per superare la tentazione, per non desistere e proseguire, occorre avere motivazioni valide (4).
Ci vogliono valori (la certezza che crescere sia bello) ed ideali (la percezione che diventare adulti sia importante). Questi sostegni all’autonomia si osservano e si condividono in mezzo agli altri, nella comunità.
La persona umana ha bisogno di molti anni per raggiungere il suo sviluppo. Alla maturazione fisiologica si affianca il lavoro della mente che deve riconoscere, capire, spiegare. Essenziale è, però, anche il riconoscimento degli altri, perché la crescita più che questione di riuscita individuale è un fatto comunitario: le persone si rispecchiano negli altri.
Osservando da vicino, con un’alternanza di apprensione e di esaltazione, i continui cambiamenti dei figli, i genitori diventano esperti nel riconoscere i vari, necessari passaggi della crescita.
Un cambiamento fisico o un tratto psicologico diventano improvvisamente ben visibili, tracciando un’evidente rottura con il passato e creando una distinzione.
Il bambino acquista un tratto d’identità inconfondibile e prima inesistente. L’identità stabilisce una differenza. La distinzione crea una separazione: la prima volta che pronuncia la parola “mamma”, la prima volta che riesce spontaneamente a dire “grazie!”, i genitori esultano commossi: il loro figlio non è più il bambino di prima.
Quella nuova condizione è troppo importante per restare negli occhi dei genitori, deve diventare pubblica. Il cambiamento deve essere riconosciuto (il dentino deve essere fatto vedere, il primo metro di percorso autonomo deve essere compiuto di fronte alla curiosità dei vicini di casa o dei passanti al mercato…).
La differenza deve emergere in primo piano: si attraversa un guado (limen) si giunge ad una nuova terra che riempie di commozione, d’orgoglio e di gioia chi lo compie come chi vi assiste.
La nuova identità ha bisogno del riconoscimento dei circostanti che confermano e rassicurano. La relazione si rinnova: non può più essere trattato come il bambino di prima, è integrato in una nuova appartenenza.
I genitori che assistono alla prodigiosa avventura della crescita, non compiono azioni dissimili da quelle che le culture passate erano solite celebrare collettivamente. Gli antichi riti di iniziazione altro non erano che forme comunitarie per sostenere quanto avveniva nella famiglia e che tutti comprendevano non poteva fermarsi ai suoi limitati confini.

La crescita adolescenziale
Da sempre il cambiamento più radicale è stato individuato nell’adolescenza, considerata come una vera rinascita. La pubertà è un inizio importante e rischioso perché alle trasformazioni fisiche si associa l'acquisizione di attitudini non solo fisiologiche ma specificatamente umane: lo sviluppo dell’intelligenza, l’esigenza della libertà, la capacità generativa (non solo biologica), l’identità sociale.
Per la prima volta nella storia evolutiva della società si assiste oggi ad un mutamento consistente dello sviluppo dell’azione autonoma.
All’acquisizione delle attitudini del nuovo corpo, che per gli straordinari progressi dell’igiene, dell’alimentazione e dell’educazione, assumono una forma dove il vigore, l’agilità, la prontezza mentale raggiungono il massimo sviluppo, non succede una vera separazione ed ancor meno avviene integrazione. La società adulta non prevede un vero riconoscimento del corpo trasformato (liminalità) e non sono previste ritualità per dare ad esso il benvenuto. La famiglia è un’impresa privata e il mondo è vasto e senza confini ma è popolato di individui. I genitori “investono” molto sui figli e temono di perdere “lasciandoli andare”.
Il cambiamento è concepito come un fatto continuo e graduale, senza bisogno di essere iniziati. La separazione non è considerata una conquista, né l’autonomia un obiettivo essenziale. La rottura e il conflitto con la famiglia sono visti prevalentemente come problemi, indici di malessere. La comunicazione sociale, quasi per marcare una distinzione che deve pur esserci, descrive i nuovi ragazzi come trasgressivi e edonisti, “generazione in ecstasy” o “invisibile”. La gran maggioranza degli adolescenti, almeno secondo le ricerche sociologiche, non si riconosce né a disagio né trasgressiva.
Sicuramente i nuovi adolescenti sono innovativi e sconvolgono le descrizioni e le prescrizioni tradizionali. I modelli passati della formazione dell'adolescente, l’apprendistato per il lavoro, la separazione dalla famiglia per la ricerca dell’indipendenza, il fidanzamento in vista del matrimonio, non funzionano più.
Gli strumenti offerti dall’educazione e dalla formazione religiosa passata, la meditazione, le prove di resistenza, le pratiche ascetiche, oggi sono irrise, anche se le nuove conoscenze delle neuroscienze confermano come le trasformazioni corporee attivano nuovi circuiti mentali e quelle pratiche, oggi disprezzate, aiutavano effettivamente i ragazzi a porsi nello stato mentale adatto a ricevere nuove conoscenze capaci di sostituire le precedenti infantili e facilitavano il cambiamento sociale.
Proprio quest’ultimo è l’aspetto meno considerato dalla società individualista. Il passaggio perde il suo significato di iniziazione: l’adolescente si autointroduce nella comunità dei pari e non degli adulti, l’ingresso è gestito in prima persona dai giovani stessi. Tatuaggi e piercing, tagli dei capelli ed acconciature, forme e colori del corpo, autocertificano il cambiamento del corpo. Il valore di simbolo di particolari oggetti di consumo (il motorino, il cellulare…) e le mode momentanee conferiscono una parvenza d'identità, senza bisogno dei tempi lunghi dell’apprendistati. Suoni e immagini dei media sostituiscono la testimonianza di adulti autorevoli.
Sarebbe impreciso sostenere che non esistono più le ritualità dell’inizio adolescenziale. E’ possibile, invece, descrivere un ricco prontuario di pratiche di autoiniziazione dalle quali gli adulti sono estranei, con fondate ragioni per sostenere che l’esclusione sia la conseguenza non dell’opposizione degli adolescenti ma del disinteresse degli adulti.
Il Sacramento della confermazione non è certo un “rito di iniziazione” adolescenziale.
Tuttavia, in quanto “confermazione” presuppone la crescita e la libera decisione di chi la celebra e -soprattutto- non può essere avulsa dalla vita personale e sociale dei ragazzi di oggi: deve inserirsi a pieno titolo nelle loro dinamiche di crescita.

L’iniziazione nel gruppo
In assenza della “società adulta”, il grande protagonista dei riti d’inizio dell’adolescenza è il “gruppo dei pari”.
Nella frequentazione adolescente i tempi dell’iniziazione si compiono interamente e il loro risultato è eminentemente sociale, se pur limitato all’appartenenza del gruppo.

- DISTINGUERSI dai genitori
Presto i figli iniziano a porsi il problema non solo di comportarsi bene con papà e mamma ma anche, di essere accettati fuori della propria famiglia, di appartenere ad una comunità più ampia di quella di casa propria. Non è certo un dato di novità il gruppo adolescente.
Esiste, però, un’innovazione intelligente, compiuta dagli attuali adolescenti, secondo la quale, per acquisire il nuovo, non è necessario perdere quello che si ha. Per distinguersi dai genitori non è necessario separarsi da loro. La ricerca sociale sembra dare loro ragione (pur osservando l’ambivalenza della soluzione realizzata dagli attuali adolescenti).
Si può dimostrare che il benessere del figlio è tanto più efficace quanto più la qualità e la soddisfazione del rapporto con gli amici si combina con la sicurezza dell'affetto familiare. Nella vicenda familiare è possibile constatare un fecondo paradosso: più l’affetto e il legame con i figli si sono radicati, maggiormente si stabilizzano le premesse per distinguersi dai genitori. L’autonomia non significa indifferente indipendenza dalla famiglia; il legame che continua e inventa nuove forme d’interdipendenza è, piuttosto, una garanzia d’autonomia. Naturalmente quanto si osserva nel rapporto del preadolescente con la famiglia può essere riportato al suo legame con la comunità parrocchiale.

- IDENTIFICARSI nella frequentazione
L’identificazione attraverso i pari si costruisce nell'esperienza di differenza di valore che si viene a creare tra un gruppo di appartenenza (i propri amici, le proprie compagnie) e i gruppi di confronti (il resto del mondo).
Il gruppo dei pari inizia ad esistere e a creare le condizioni della frequentazione, quando combina insieme due condizioni contrapposte: l'intimità della comunicazione e la superficialità dei rapporti. Un’amicizia troppo intima (come nella coppia amorosa) o una frequentazione troppo estesa, senza confidenza (come un oratorio anonimo), produce crisi nel gruppo che minaccia di sciogliersi.
In questo caso intensità ed estensione si separano. La strana intimità dei gruppi adolescenziali, sempre instabile e minacciata, foriera di infinite discussioni, di pianti, ripicche, pettegolezzi, è un espediente provvisorio per conservare la memoria dell’intimità familiare che si trasforma e per diluire nelle superficialità il possibile dolore che ogni attaccamento produce quando minaccia di perdersi (come sono precisamente i sensi di colpa e il disagio che la separazione dai genitori sta arrecando).
Sentirsi appartenere ad un gruppo è quindi un'esperienza fondamentale per lasciare le sicurezze familiari e affrontare l'inserimento in una società complessa, vasta e competitiva.
Slegarsi dall’affetto genitoriale è molto difficile particolarmente quando ci si sente “tanto amati” (soprattutto se di un amore possessivo). Una strategia che l’adolescente inventa allo scopo, consiste nel considerare i genitori più dal punto di vista del loro ruolo che del valore della loro persona. In questo modo è più facile attaccarli e svincolarsi da loro. Gli adolescenti si specializzano così nel dare il meno possibile “soddisfazioni” e riconoscimenti ai loro genitori, i quali, tuttavia, sbaglierebbero ad interpretare l’intrattabilità dei figli come mancanza d’amore. Qualcosa del genere può avvenire anche nei confronti della comunità parrocchiale o del gruppo di appartenenza. Per un adolescente, mettersi in antagonismo con i genitori (o con l’autorità) è un modo per dimostrare di essere un individuo che sa pensare con la propria testa e per verificare fino a che punto è in grado di sostenere le proprie idee.

- DIVERTIRSI
Il passo importante verso l'autonomia personale, per dissolvere le tensioni e prevenire le delusioni, è assunto in termini "leggeri". L'intensità della comunicazione è quindi abbinata al divertimento. L’evasione sembra la “regola della frequentazione”, ma è sempre densa di significati interpersonali.
Divertirsi non è mai cosa facile. Non si è automaticamente accettati in una compagnia; occorre esibire alcune competenze personali per esserne ammessi: la simpatia, la disponibilità al divertimento, la sincerità, il rispetto della parola data, la fedeltà al gruppo (i sottogruppi generano spesso feroci polemiche). Sono in gioco impegni etici non indifferenti. In ogni caso la comunicazione è sempre orientata alla persona, colta nella sua originalità ed unicità, prima ancora che per le sue caratteristiche.
Il primo e vero divertimento degli adolescenti è sentirsi riconosciuti persone, libere, autonome, singole, originali. Gli adolescenti di oggi sono aperti alla diversità ma tollerano a fatica il conflitto. Partecipare ad un gruppo, frequentare una compagnia stabilisce una “differenza” (tra il proprio gruppo e il resto del mondo) che crea un'identità, un "Noi" che si distingue dal resto del mondo ("Loro"). Il gruppo adolescente è quindi potenzialmente conflittuale. Tuttavia, se la situazione non degenera nell'isolamento silente od ostile, è possibile notare una tendenza a disincentivare le rivalità e a ridurre i conflitti. La situazione problematica che sembra, se mai, oggi prevalere è l’indifferenza: farsi i fatti propri, non parlare più in casa, ostentare provocatoriamente il disinteresse e la noncuranza.

- EVOLVERE
Il gruppo va in crisi quando le comunicazioni non sono più orientate alla frequentazione; quando, cioè, o si perde la dimensione dell’intensità (si svelano segreti, si diventa ipocriti…) o si contrae l'estensione (prevalgono i sottogruppi, si parla dietro, non si ha più fiducia, qualcuno si ritira…). Il gruppo va in crisi quando stare insieme non è più fine a se stesso, quando le persone non hanno più valore per se stesse.
Il primo effetto della crisi consiste nell'esasperazione del divertimento (ci si lamenta di fare sempre le stesse cose). La frequentazione si riduce ad un copione simulato e il divertimento è minacciato dalla noia: non ci si diverte più "a fare niente", diventa imperativo fare qualcosa; l'accento è posto sul come ci si diverte. L’intimità della comunicazione e l'orientamento all'unicità della persona (la confidenza, la fiducia, il bisogno dell'altro...) diventano via via secondari. Prevalgono, così, in modo fastidioso ed assillante, le relazioni conflittuali: le critiche aspre, i giudizi senza appello, le ripicche, i rancori. La prevenzione della crisi dei gruppi è molto importante nell'accompagnamento degli adolescenti perché è il vero antidoto per prevenire la degenerazione della violenza, l'abuso delle droghe e le dipendenze
relazionali.

IL PERCORSO DELLA FEDE

La persona umana, insieme razionale e simbolica, ha bisogno di collocare le sue esperienze e le vicende cui partecipa in un ordine di senso: non riesce a fare un'esperienza positiva dell'esistenza, se non ponendosi domande e cercando risposte.
Le prime grandi risposte alle domande importanti della vita, si ricevono, inizialmente, dei genitori, dagli amici, dall'ambiente sociale in cui si è immersi.
Finché idee e orientamenti di vita poggiano esclusivamente sulla testimonianza di altri, la fede rimane a livelli immaturi e incerti. L'adolescenza è il tempo dell'autonomia personale: il tempo delle scelte personali e del libero orientamento di vita. La crisi e il travaglio adolescenziale sono momenti indispensabili anche della crescita di fede: la forma adulta della fede si ha esclusivamente nella scelta libera, consapevole e personale. Per questo, oltre alla testimonianza dei genitori e della comunità credente, sono necessarie la formazione (catechesi) e l'impegno della vita (la coerenza etica), in un percorso che parte dalla famiglia ma si allarga in estensione e profondità.

E' la stessa storia biblica ad indicarne la traiettoria.
Nella grande tradizione ebraica la trasmissione della fede era affidata principalmente alla famiglia: era responsabilità dei padri verso i figli e consisteva nel trasmettere, coltivare e sostenere in loro una speranza e una promessa forti, proiettate nel futuro ma già in grado di illuminare e dare senso al presente; i riti più significativi (come il sacrificio pasquale), pur alludendo ad una storia di popolo, venivano celebrati in casa.
Proseguendo nella sua storia la famiglia scoprirà presto, però, di non poter resistere da sola, di fronte alle sollecitazioni delle culture idolatriche vicine, di non reggere nell'educazione dei figli, di fronte ai loro ricatti e al loro fascino; la trasmissione della fede, senza sminuire l'importanza attribuita alla famiglia, viene centralizzata, almeno in alcune delle sue espressioni cultuali e testimoniali.
Nell'esperienza di Gesù e della Chiesa delle origini, la trasmissione della fede riceve una nuova sollecitazione, che mette in rilievo la dimensione della consapevolezza e della libertà personale. L'annuncio avviene attraverso i discepoli, mediante l'insegnamento (la franchezza della predicazione), la testimonianza (la novità di vita e il martirio) e i segni (i prodigi nel nome di Gesù, cfr. At. 4,29-31). La Parola, nella sua povertà ed essenzialità, è ritenuta il vero strumento della diffusione del Vangelo. Non si tratta di proselitismo: la forza dell'apostolo non sta nel suo potere di convincimento e di suggestione, ma nel servizio dell'accompagnamento alla ricerca di Dio nella vita personale e nelle vicende della storia (segni della vita). La parola invita alla riflessione e al dialogo: per essere discepolo non è sufficiente accettare dottrine vere ma vivere nella dimensione della Grazia e della Salvezza (segni della Grazia). La verità coincide con l'amore (Gal. 5,6).

La particolarità della trasmissione della fede nel nostro contesto culturale e il motivo di profonde sofferenze dei genitori credenti, è la perdita della fede dei loro figli. Molti ragazzi abbandonano la pratica proprio al termine del cammino dell’iniziazione cristiana. Le cause possono essere numerose: i testimoni non sono credibili, non sanno motivare, spiegare, invogliare (1); i valori non vengono trasmessi e le verità non sono adeguatamente illustrate e raccontate, oppure, quanto ascoltato, non è considerato valido e positivo (2); linguaggi, proposte, messaggi non sono aggiornati all'evoluzione culturale dei tempi (3); bambini, ragazzi e giovani non vengono considerati con sufficiente attenzione a partire dai loro contesti vitali, considerando le tendenze del momento o le regole della loro socializzazione (4); le comunità di fede (parrocchie, movimenti) non agiscono in modo adeguato, gli adulti sono assenti o indisponenti; i giovani hanno perso fiducia nella Chiesa (5); le alternative alla proposta di fede sono più facili, allettanti, immediatamente convincenti; la competizione tra le visioni della vita è molto forte; chi crede è sottoposto a rischi (veri o supposti, reali o immaginari) di discredito o di disprezzo (6); i simboli, i riti, le immagini religiose sono inadeguate, non esprimono in modo sufficiente gli elementi essenziali della fede e le attese più profonde dei partecipanti (7).

La trasmissione della fede è un percorso molto complesso, perché la società è secolarizzata e pluralista:
sono necessari, innanzi tutto dei testimoni, persone convinte e convincenti (1), capaci di proporre (di operare una “distinzione”) e di introdurre in un orizzonte di senso fatto di verità, di ideali e di valori di vita (2).
Ci sono, poi, dei soggetti ai quali si porta il messaggio, a partire dalle loro domande, dalle loro attese e predisposizioni(3);
questi destinatari, hanno determinate caratteristiche e vivono in un particolare contesto culturale e aggregativo (4);
nei loro ambienti di vita alcuni si dimostreranno sensibili, interessati, e favoriranno la ricezione del messaggio (5)
, mentre altri si opporranno e lo ostacoleranno (6).
I ragazzi sono così guidati ad operare una scelta (una “separazione”), frutto comunque della loro libera determinazione (liminalità). L'accoglienza della fede si manifesterà, infine, attraverso l'appropriazione di simboli e rituali, che traducono ed esprimono la verità e il senso della fede professata (7).

Genitori e catechisti parlano ai figli della loro fede e li introducono alle sue verità attraverso la testimonianza della loro vita e il loro insegnamento (1)
. Danno risposte e spiegazioni, anche dottrinali, che a loro volta hanno personalmente approfondito (2)
in base al livello culturale, alle sensibilità e alle situazioni specifiche dei figli o dei bambini-ragazzi (3).
Tengono presente i loro interessi, gli ambienti che essi frequentano, le idee dei loro amici e compagni, l'orizzonte scientifico e culturale del tempo, che assorbono andando a scuola, frequentando i diversi ambienti del tempo libero, guardando la televisione, navigando in internet… (4).
Curano il loro inserimento nella comunità parrocchiale, che vogliono attenta e sollecita ad accogliere nei modi più adeguati i bambini e gli adolescenti, insieme alle loro famiglie (5).
La formazione e la crescita in comunità parrocchiali aperte li aiuteranno a rendere ragione delle loro convinzioni nei diversi ambienti, tenendo ben presente che fede di minoranza non deve significare setta e ghetto, e che scommettere sulla Verità non comporta fanatismo e proselitismo (6).
Infine, genitori catechisti e educatori riconoscono che vivere nella verità della fede non significa credere astratte nozioni teologiche, ma piuttosto riconoscere l'intimo legame di quelle verità con le proprie aspirazioni e i bisogni più profondi: bambini e giovani hanno, infatti, una loro specifica sensibilità, per molti versi differente da quella adulta, verso riti, simboli, gesti e celebrazioni, che esprimono la fede in termini vitali (7).

Lo Spirito Santo che “fa la differenza”
La vita cristiana, per svilupparsi e giungere a maturazione, esige l’accoglienza dello Spirito santo e dei suoi doni. Lo Spirito Santo è, Lui stesso “dono”, il dono di Dio a tutti coloro che per mezzo suo amano Dio (S. Agostino). Per questo nella solennità di Pentecoste lo si invoca: «Vieni, Santo Spirito, vieni, datore dei doni»
La “franchezza” e l’identità del giovane cristiano sono sostenute dal dono della Sapienza (l’esperienza gioiosa di incontrare Dio) e dell’Intelletto (la fede come risposta al bisogno di conoscenza e di senso, tipica dell’adolescenza).
La testimonianza (la “differenza” del comportamento cristiano) è resa possibile dal dono del Consiglio (il discernimento nelle scelte di vita: “che cosa è buono e giusto secondo Dio?”; la vocazione: “cosa vuole il Signore da me?”) e della Scienza, che è la capacità di vedere la vita con gli occhi della fede e di comportarsi “come farebbe Gesù nella mia situazione”).
Le scelte della vita, come suggerite dalla coscienza cristiana, sono compiute con il dono della Fortezza che abilita ad affrontare ostacoli e difficoltà, a superare prove e tentazioni, a sopportare fatiche e sofferenze.
I segni della Grazia trasformano la vita attraverso il dono della Pietà, che fa incontrare Dio come tenerezza paterna, e del Timore di Dio che apre l’anima al riconoscimento della sua grandezza e il cuore alla fiducia nella sua giustizia.

I doni dello Spirito sono anche il più grande aiuto per la grande ed impegnativa “fase di passaggio” adolescenziale. L’azione dello Spirito Santo assume pienamente la voglia di crescere del preadolescente e la sua esigenza di diventare autonomo. Mentre la realizza, previene le chiusure narcisistiche e le fissazioni infantili, perché sospinge costantemente oltre e spalanca nuovi orizzonti di senso e d’impegno.
Le direzioni efficaci del sostegno ai gruppi degli adolescenti sono due: la promozione della frequentazione e la disincentivazione della chiusura nel gruppo.

La Confermazione nell’età della preadolescenza-adolescenza è rimasto l’unico “rito sociale” (naturalmente, oltre ad essere un Sacramento) che celebra pubblicamente la capacità di autonomia personale di chi non è riconosciuto come “non più bambino”(la Cresima è - deve essere- una scelta lucida e coerente, sia di fronte alla propria coscienza che davanti agli altri). La Confermazione deve, infatti, essere presentata e celebrata come il Sacramento della maturità cristiana e della testimonianza coraggiosa negli ambienti di vita della “differenza” cristiana.

Il bisogno di “distinguersi”, non solo in famiglia ma anche nell’anonimato della società, non incentiva però la chiusura nel gruppo; all’opposto richiede la disponibilità concreta ad apprendere un nuovo genere di linguaggio: l’apertura cosmopolita della Pentecoste. La specificità di questo linguaggio consiste fondamentalmente nel superamento della distinzione e contrapposizione “noi/loro”, sia nella socializzazione tra pari che nell’incontro intergenerazionale. Le comunità parrocchiali e la pastorale giovanile (se sono vivaci ed evangeliche) costituiranno la palestra di questa identità cosmopolita e cureranno la pratica di modelli di vita cristiana (adolescenziale) negli ambienti di vita (famiglia, scuola, sport, divertimento, servizio).

L’identificazione nella “frequentazione”, bisogno ineludibile dell’adolescente, avverrà fondamentalmente nell’ambito della pastorale giovanile e delle sue forme (oratorio, gruppo di appartenenza, iniziative di animazione e formazione…). Il dono dello Spirito sospinge oltre ogni tentazione di chiusura di gruppo e, formando ad una mentalità “cattolica”, incoraggia la testimonianza della Carità, attraverso molteplici proposte di servizio e d’impegno per gli altri.

La sfida più appassionante della fede raggiunge e sollecita l’adolescente, proprio a partire dalla sua esigenza più insistente: il suo bisogno di “divertirsi” (da non intendersi in senso banale). L'alternativa della “differenza” cristiana non è, infatti, una vita spenta, priva di emozioni e di ebbrezza. Tutto all'opposto, la “sobria ebbrezza” dello Spirito (At 2, 13), non è certo un’esperienza emotivamente meno forte, (anche se qualitativamente opposta) dello “sballo” giovanile (termine con cui gli adulti intendono spesso l’eccedenza della voglia di divertirsi dei giovani). Il piacere e il gusto della vita sono per il cristiano maturo un dono non ricercato, una condizione interiore che tende ad essere stabile e duratura. La simpatia dello stare bene insieme è il distintivo del credente (Fil. 4,8); l’ebbrezza dello Spirito conduce i discepoli ad una pratica cristiana caratterizzata dalla gioia e dall'entusiasmo (che etimologicamente significa "il respiro di Dio", lo Spirito di Dio!). Termini come esultanza, gioia, beatitudine percorrono tutto il racconto della Salvezza; una delle opere di misericordia consiste, appunto, nel consolare gli afflitti.

Nella Bibbia non c’è pregiudizio nei confronti dei desideri e dei piaceri della vita quotidiana. Non c’è disprezzo delle cose materiali: anzi, nell'Antico Testamento la promessa di Dio si accompagna all'abbondanza dei beni. Costituisce peccato il desiderio che non sa porsi limiti e che disprezza Dio e il prossimo. Il “divertimento” sano e comunicativo degli adolescenti cristiani (e “cresimati”) è il banco di prova della bellezza della fede accolta dai giovani.
Il dono dello Spirito Santo non si ferma qui, anzi non si arresta proprio. Mette in azione le persone, fa “evolvere” senza fine i gruppi e le situazioni. Chi lo accoglie diventa un portatore di Speranza e s’immerge nella partecipazione attiva nella società, in una pluralità incontenibile di forme. La pastorale della confermazione aiuta gli adolescenti ad acquisire coscienza di sé e fiducia nelle proprie risorse, anche in tempi di forte caduta di speranza e di progettualità ed abilita la comunità a cogliere il nuovo che avanza nell’evoluzione della società, a partire dalla vita e dall’entusiasmo dei propri ragazzi.
L’evento della celebrazione della Cresima è – può essere - per tutta la parrocchia una tappa fondamentale per “organizzare la speranza” della comunità nel suo insieme. Essendo lo Spirito un dono (e non una conquista strategica) il luogo in cui la Speranza viene alimentata e sostenuta è fondamentalmente la celebrazione liturgica, attiva e partecipata.

IL SACRAMENTO DELLA CONFERMAZIONE

Gli spunti sopra accennati si realizzano compiutamente nei segni del Sacramento e nelle sue parti essenziali.

1. IL RINNOVO DELLE PROMESSE BATTESIMALI

- “Rinuncio”
Non ci si decide per il nuovo (che, in quanto novità, non è dato conoscere né sperimentare anticipatamente) finché il vecchio piace o è sopportato. Ogni processo di innovazione comporta il passaggio dal disgusto al compimento; la speranza consiste in questo processo. La tentazione dell’abitudine, della rassegnazione, dell’adeguamento blocca sul nascere ogni volontà di crescere. La reazione spontanea ma inflessibile: "non è giusto!" di fronte a ciò che oltraggia il rispetto di valori irrinunciabili e il senso della propria dignità è la prima ed essenziale forma di etica, una decisa volontà di trascendenza. La capacità d’indignazione, la presa di coscienza e l’ammissione lucida di quanto si riconosce inadeguato ed indegno (la “conversione”), è la premessa per l’accoglimento del dono della fede. "Il disgusto sotto tutte le sue forme è una delle miserie più preziose che siano date all'uomo come scala per ascendere" (S. Weil).
- “Credo”
L’indignazione è l’opposto della rassegnazione e della passività. Non è fuga dalla realtà, non è rinnegamento delle proprie responsabilità ma è l’avvio della ricerca di condizioni di vita che, qui ed adesso, non esistono ancora. Per l’adolescente questa prospettiva è particolarmente ardua da accettare. È insostenibile, per lui, lo sguardo rivolto al limite; è inaccettabile l'idea del “non ancora”. La fede, se è l’incontro con il Vivente e l’esperienza concreta del suo Spirito, diventa la certezza che “ciò che tarda, che ancora non si vede, avverrà” e nel Sacramento è già reale ed attivo. Perfino nello scacco e nel fallimento (le frequenti crisi adolescenziali), esiste la possibilità di sperimentare una dimensione più profonda dell’avventura umana: l’attesa, colma di senso e di speranza. E' la capacità di resistere, di restare presenti, fino a preferire il vuoto (le scarse sicurezze, le solitudini, le critiche...) e la sua pena, piuttosto che il tradimento degli ideali o la falsità dei loro surrogati.

2. L’IMPOSIZIONE DELLE MANI
Questo antico gesto, comune alla tradizione biblica, evangelica e apostolica, è rimasto fino ad oggi nella celebrazione liturgica, come segno di benedizione e di trasmissione della Grazia. È anche il gesto con cui si vuole conferire un'investitura o affidare un mandato importante ad una persona.

3. LA CRISMAZIONE
Il gesto dell'unzione con il crisma sulla fronte in forma di croce o crismazione è il rito essenziale del Sacramento e il suo momento culminante. È il sigillo che sancisce il dono e rende partecipi di una storia collettiva di fede (il pieno inserimento nella comunità cristiana) che riguarda tutti e chiede a tutti un contributo attivo. È l’accoglienza di una Forza che non proviene dal carattere o dalla volontà ed è riconosciuta con l’”Amen!” della risposta.

4. IL SEGNO DELLA PACE
É un saluto pasquale, rivolto dal Risorto ai discepoli, riservato tradizionalmente al vescovo. La stretta di mano del vescovo contiene tutta l’ammirazione della comunità la scelta coraggiosa maturata dall’adolescente: portare a termine l’iniziazione cristiana.
La risposta “E con il tuo spirito” contiene implicitamente la disponibilità all’assunzione di responsabilità per un dono così importante.


LE TAPPE DELLA CELEBRAZIONE

Lo schema proposto suggerisce anche la quattro tappe fondamentali della celebrazione del Sacramento.

- DISTINZIONE: sono gli anni di catechesi che accompagnano tutta l’iniziazione cristiana e si fa particolarmente intensa nell’ultimo anno.

- SEPARAZIONE: è la preparazione immediata e molto intensa. Per esempio la settimana precedente alla celebrazione della Confermazione con un incontro quotidiano (di preghiera, di vita comune, di formazione) del gruppo, oppure un ritiro, una veglia…

- LIMINALITÀ: è la celebrazione solenne di tutta la comunità.

- INTEGRAZIONE: sono le proposte della pastorale giovanile che continuano ma assumono nuove caratteristiche, attraverso, per esempio, l’affidamento di specifiche responsabilità e l’accompagnamento a forme più impegnative di protagonismo e di servizio.