Omelie e interventi



TEMA: Omelia dell'ingresso in parrocchia - a cura di don don Domenico - IN DATA: 23/10/2016





Il giusto vivrà per la sua fede. Il Signore non abbandona l'opera delle sue mani. Resta fedele al suo popolo. È una grazia, un’emozione profonda entrare con questa celebrazione nella storia della fede della gente poirinese, che ha realizzato nel tempo una bella sintesi tra religione e vita agricola. Guardando questa storia, pensando alle tante chiese della nostra città, ai voti che questo popolo ha formulato nei momenti tragici della sua storia, considerando la testimonianza di santità di Silvio, noi riconosciamo che Dio non ha dato a questo popolo uno spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza.
Facendo eco alla parola del Vangelo stiamo rivolgendo al Signore la stessa preghiera dei discepoli: “Aumenta la nostra fede!” perché riconosciamo nell’adesione a Gesù il nostro vero tesoro, la cosa cui teniamo di più. Ci sentiamo parte di questa storia di grazia e ci chiediamo: “Qual è la vocazione specifica delle nostre 4 parrocchie?”. Da oggi, questa domanda la affronteremo insieme. Ho dedicato il mese scorso a numerosi incontri con voi, in particolare alle 4 assemblee parrocchiali per poter, fin dall’inizio, individuare una prima direzione. Mi è sembrato di trovare un’indicazione nello sfondo di un tratto storico e caratteristico del cattolicesimo italiano. Nell’800 la borghesia cristiana, quella che poi sarebbe diventata laica, ha condotto una battaglia determinata per la spiritualizzazione del cristianesimo e ha coltivato un disagio insuperabile nei confronti del rito, della devozione, della pratica cristiana, della liturgia. La religione doveva rimanere un atteggiamento individuale, interiore, etico. L’esistenza di Dio, la spiritualità interiore, bene. I valori della giustizia, del lavoro, dell’onestà, bene. Ma le altre cose: dire preghiere, andare a messa, fare processioni, partecipare alle funzioni: no. Sono cose per le donne e i bambini, per i semplici, che non hanno di meglio da fare, pensavano. Nasceva così l’idea di un cristianesimo risolto nei valori, di persone che non hanno bisogno di andare in chiesa per sostenerli perché è la loro coscienza e dignità che li sorregge. Era una battaglia per la rimozione degli affetti dalla religione. Si pensava: al massimo la religione può restare nella mente. Andava considerata arcaica l’idea di entrare in contatto con Dio con la devozione. Questo tradimento della fede si è molto diffuso: nella parità è diventato ovviamente anche delle donne e dei bambini. Oggi è la pratica maggioritaria di chi dice: “Io credo, ma non ho bisogno di andare in chiesa”. È il popolo dei credenti non praticanti. Neanche il rinnovamento del Concilio è riuscito a correggere questa deviazione.
A Poirino non è così. Alle celebrazioni eucaristiche ci sono uomini e donne bambini e anziani. Nelle processioni, numerose, in prima fila ci sono gli uomini, contenti di esserci. Penso che la continuazione di questa tradizione e la pratica di questa devozione siano il dono alla chiesa e al mondo delle nostre comunità poirinesi.
Tradizione significa: continuare una storia di fede, di sintesi riuscita tra religione e vita quotidiana. Devozione significa: credere che Dio non sta nella mente ma entra negli affetti, negli affetti del popolo. Il Signore non è un’idea, un ideale ma è persona.
A Poirino c’è però anche un’altra realtà. Attorno a questo nucleo radicato nella devozione, si sono aggiunte numerose altre famiglie che formano un popolo più numeroso di quello nativo e che poco o nulla conosce e pratica di quella tradizione di fede. Sono persone buone, le conosciamo, ma appaiono disinteressati alla pratica cristiana.
Essere parrocchie “in uscita”, come ci indica papa Francesco, ci chiede un impegno straordinario di rinnovamento e la volontà di creare luoghi d’incontro, iniziative di condivisione, forme di solidarietà perché la tradizione non appaia tradizionalismo e la devozione non scada in devozionismo. Il modello delle nostre parrocchie dovrà essere quello della “casa aperta”, fermento di vita popolare che coinvolge tutti, nel rispetto delle identità e delle differenze.
Poirino ha ricevuto tanto dalla fede e nella fede: se il dono però non è restituito, si spreca. Poirino è una terra di benessere: se non avverte questa condizione come privilegio, creando forme di condivisione, i beni economici non arrecano felicità.
Sono grato al Signore di essere in mezzo a voi a esercitare il ministero dell’unità e di stimolo per le sfide impegnative che ci attendono. Mi ha molto impressionato, ascoltandovi, quanto siano alte le attese che avete da un parroco. Cercherò di meditare a lungo quello che ci ha detto s. Paolo e di domandare con insistenza che Dio ravvivi il dono di Dio ricevuto per l’imposizione delle mani.
Assumo questo incarico in una mia nuova condizione: quella dell’anzianità. Anche questa è una grazia: nella tradizione biblica dell’AT sono gli anziani che guidano il popolo, nel NT i collaboratori dei vescovi sono chiamati presbiteri, anziani.
L’anzianità è una fortuna, significa che si è ancora vivi! Ha i suoi limiti evidenti che con l’aiuto della comunità, dovrò cercare di rendere opportunità e vantaggi.
Nell’anzianità, per esempio, diminuisce la memoria a breve e questo è come un invito della natura a fare meno, a essere presente ma a lasciar fare tanto anche al popolo cristiano. Aumenta la memoria lunga: non dovrò rifarmi alle mie realizzazioni del passato. Con voi dovrà crescere una cosa nuova.
Nell’anzianità è più difficile tenere insieme relazioni umane numerose. Per chi proviene da famiglia contadina, lo è ancor di più. Quel che si perde in estensione si può però guadagnare in profondità. Appariranno ancor più preziosi i legami. La numerosa presenza dei parrocchiani di Settimo (e anche di Carmagnola) mi è di una grande consolazione e aiuto. La fede instaura legami profondi, come quelli familiari. Separarsi è sempre difficile e doloroso.
Lasciar fare, andare in profondità, concentrarsi sull’essenziale. Sarà questo il mio programma.
Gesù riassume questo stile nella metafora del “Servo inutile”. L’aggettivo potrebbe sembrare esagerato, fuori luogo. Verrebbe da sostituirlo con umile, povero, discreto. Ma inutile… perché. C’è una ragione. Significa che ogni cosa va riportata alla grazia per sentirci liberati dall’obbligo opprimente dell’utilità, vero idolo della società di oggi. Capita di sentirlo a volte, anche in parrocchia, quando nasce qualche conflitto: “Qui siamo tutti utili e nessuno necessario!” che vuol dire: “Se non ci servi, non servi a nulla, puoi anche andartene”. Gesù dice l’opposto. “Siamo tutti necessari e nessuno è considerato per quel che serve (se te ne andassi, sarebbe una perdita tristissima)”. La chiesa in uscita nasce qui, altrimenti si finisce nel “pochi ma buoni” del campanilismo parrocchiale che è il capovolgimento del vangelo che si rivolge a tutti e tutti in quanto peccatori perché buono è Dio solo.